La corruzione di una repubblica nasce dal proliferare delle leggi. (Tacito)
Da tempo si assiste ad una particolare attenzione alla delocalizzazione da parte di tante imprese di piccola e media dimensione italiana.
Molti, il passo lo hanno già compiuto, tanti ci stanno riflettendo pensando di farlo quanto prima, o sono in attesa che capiti qualche ghiotta opportunità. Abbiamo tre tipi di delocaluzzazioni. Quella classica delle multinazionali, quelle delle imprese con chiara visione, e quella dei figgitivi.
Grandi imprese
Delocalizzazione spinta e capacità di gestire i rapporti con i governi a proprio favore, sono movimenti che da sempre le multinazionali fanno con una certa disinvoltura. Questo di solito avviene poiché le aziende a seguito di proprie strategie frutto di visioni di lungo termine, garantendo al governo politico di turno posti di lavoro più o meno significativi, in cambio ottengono sempre diverse opportunità come terreni a bassissimo costo, sconti fiscali considerevoli, adeguamenti normativi costruiti ad hoc a loro favore, e utilizzo di eventuali risorse primarie del territorio, con clausole di forniture a proprio vantaggio.
Una multinazionale o grande azienda in genere, quando decide di investire in una zona piuttosto che in un'altra, il piano strategico che determina tale decisione, prevede sempre diversi altri obiettivi di più ampio respiro che vanno oltre il fatturato fine a sé stesso e i soli abbattimenti di costi del lavoro. Queste aziende, con i loro capitali, nel bene e nel male, condizionano quasi sempre la politica e la vita di un popolo. Alla fine, è quasi naturale che questi grandi gruppi, in cambio ottengano una quantità infinita di attenzioni, che evidentemente nessuno governo mai, offrirà ad una piccola e media impresa.
Chiara visione
Trattasi di un altro tipo di impresa, che cogliendo alcune opportunità in un dato Paese, anche se non ha nessun tipo di potere negoziale, riesce a posizionarsi con successo. Questa è un'azienda con intenti imprenditoriali di ampia veduta internazionale, non agisce per impulso, non è il costo del lavoro il solo motivo della delocalizzazione, e non teme imposte e governo se vi è stabilità politica.
Un imprenditore serio con vocazione internazionale, ha di solito un obiettivo preciso, conosce benissimo l'evoluzione del suo mercato, ha un controllo di gestione oculato, un piano industriale curato, agisce con una visione di ampio respiro, raramente fa tutto da solo, si avvale di collaboratori fidati e competenti. Un imprenditore di questo tipo, non teme i chilometri e non si fida dei paesi né carne e né pesce, anche se con costo del lavoro basso e imposte minime.
Di norma, questo tipo di imprenditore è un coraggioso innovatore, non teme la globalizzazione, sa trovare il suo giusto posto in ogni luogo che vede come terreno fertile per il suo business. Si adatta con intelligenza a mercato e cultura del posto. Raramente vede il costo del lavoro l'ostacolo alla realizzazione della sua strategia di medio lungo termine, se altri fattori gli danno sicurezza.
Fuggitivi
I Paesi appetibili dalla maggioranza dei nostri imprenditori di questo tipo, sono generalmente paesi poco industrializzati, dove il peso fiscale e il costo del lavoro, nel momento in cui si decide di partire con un nuova attività, sono molto più bassi rispetto a quelli italiani. Tuttavia, possiamo affermare che in una visione di lungo termine, entrambi i suddetti motivi come cause prevalenti della fuga, comportano non pochi problemi sia allo Stato italiano, incredibilmente assente da decenni sulle politiche industriali, sia purtroppo al futuro delle stesse aziende, che preoccupate, vedono in una soluzione di fuga la sola via d'uscita possibile per non perire.
Questa è di solito gente che al loro lavoro hanno dedicato la loro esistenza. Umanamente, sono quelli che più di tutti viene da proteggere. Tuttavia, sono anche coloro che hanno poca visione e basse risorse. Non sempre sono in possesso di una cultura adeguata e non sempre sono davvero innovativi.
La gran parte dei nostri imprenditori di questo tipo, essendo molto legati alle proprie tradizioni e alla famiglia, la sola fuga per i motivi suddetti, fa correre solo il rischio di avere una dispersione certa di know how. Andare all'estero, esige un profilo di un imprenditore che sappia sempre come muovere ogni leva utile allo scopo in terra straniera, con disinvoltura e competenza.
Qui, la fortuna o meno ha il suo peso, molto dipende dalla conoscenza che il singolo imprenditore ha della lingua del paese ospitante, delle normative vigenti da rispettare, che però conosce di solito quasi sempre per quanto riguarda i suoi vantaggi prevalentemente dovuti alle politiche fiscali del momento.
Vediamo alcuni aspetti interessanti da considerare su questo delicato tema.
Tanto per cominciare, abituati noi a convivere con una burocrazia medioevale, non tutti sanno, che in tanti paesi, si può avviare un’impresa in modo più semplice di quanto si possa immaginare, e questo non è poco. Riguardo le opportunità di mercato, bisogna andare fuori Europa per rischiare meno (chiaramente dipende da azienda ad azienda e al suo mercato) le migliori "occasioni", mi risulta che le possiamo trovare in particolare in Sud America, Asia e Oceania. In ogni modo. Prima di partire, meglio non sottovalutare il clima politico e il funzionamento della relativa legislazione sui diritti di proprietà. Vi sono Governi famosi per una legislazione molto severa nei confronti dei proprietari stranieri. Mi è capitato di vedere più di qualche imprenditore impantanarsi su questi aspetti.
Per una prima raccolta di informazioni, prima di ogni altra valutazione, si può provare a consultare l’indice dei diritti di proprietà internazionale e le schede Paese di ogni Nazione. Superato il primo scoglio, si deve tentare di capire la situazione economica del paese in cui si pensa di mettere in piedi la nuova attività. Ma qui è il caso di approfondire più elementi con specialisti del settore.
In linea di massima, conviene sempre considerare esclusivamente quei paesi con una crescente classe media, con una bassa inflazione, e con un aumento tendenziale del reddito pro capite.
Questi fattori, sono generalmente i dati di riferimento da valutare per un buon investimento in un paese con un'economia in crescita. Chiaramente, è strategico avere in mente un piano per conoscere nel più breve tempo possibile la lingua del paese in cui avviare l'impresa, anche al fine di iniziare a seguire prima possibile individualmente ogni tipo di trattativa. È saggio ridurre al massimo i tempi di servizio di interpretariato. Non si possono avere vincoli familiari molto rigidi.
Paesi da monitorare per avviare una impresa
In particolare i giovani che non si fidano del nostro "Sistema Paese", e se intorno alla trentina meglio muoversi, ecco qualche spunto su dove è più facile avviare una impresa.
I paesi più ambiti quando si ha davvero qualcosa da dire al mondo, sono Singapore, Honk Kong, Nuova Zelanda e Australia. Sono di sicuro questi i luoghi più favorevoli dove avventurarsi con una solida idea e un buon piano. Per chi ha un'idea imprenditoriale, qualche soldo, e abbastanza audacia, anche Panama e Cile sembrano essere abbastanza ambite.
Hong Kong e Singapore hanno un tipo di economia molto condizionata dal commercio e dalla finanza internazionale. Tuttavia, entrambi questi paesi, hanno ad oggi una cresciuta del 5% circa rispetto allo scorso anno, e viaggiano con tassi di disoccupazione addirittura intorno al 2/3%.
Tra tutte, senza dubbio alcuno, la Nuova Zelanda sembra essere in assoluto il luogo migliore per avviare un business. Clima politico favorevole, burocrazia non ostativa, normative, politiche fiscali e civilistiche trasparenti e stabili. Questi sono a uni tra i fattori che di sicuro incoraggiano non poco qualsiasi attività imprenditoriale.
In Europa, è la Danimarca quella che si trova in ottima posizione nella classifica dei migliori paesi dove investire. Qui, è terreno fertile per chi in particolare intende muoversi nel commercio e in ogni idea che coinvolga qualsiasi tecnologia innovativa.
Come si è visto delocaluzzare non è per tutti. Sono molti infatti gli imprenditori delle PMI che per scelte dettate più dalla fuga che dalla strategia, si sono davvero fatti del male sia personalmente, sia nella gestione degli equilibri familiari, sia finanziariamente.
A parte chi deve scappare per vari motivi di giustizia penale o fiscale, indipendentemente da chi per estero intenda la salvaguardia dei propri capitali da nascondere per vari timori, andare fuori dall'Italia, pensando di diventare competitivi, senza riflettere attentamente come poi presidiare personalmente l'attività sul posto, è rischioso e non per tutti è la cosa più semplice di questo mondo.
Imitare pertanto in piccolo, le politiche delle multinazionali, senza avere la cultura imprenditoriale di quelli dalla "visione chiara", non è una cosa saggia muoversi, poichè spesso, non si rivela davvero sempre fattibile e a bassi costi come si pensa inizialmente.
Esportare invece, è la condotta giusta in tanti casi. Per questo, basta essere informati su dati concreti che esistono in giro, utile essere ben consigliati, e se organizzati e capaci di saper capire velocemente i paesi "obiettivo" che si intende raggiungere, molte opportunità possono far rivedere tante scelte commerciali e di riassetto organizzativo produttivo in Italia.
Fiere internazionali e solido piano di marketing sono ai due punti chiave per stabilire strategie e azioni di pubbliche relazioni e ricerca partner e distributori.
Chiusura
La globalizzazione non ha nulla di romantico, ma neppure nulla di drammatico per chi ha il vero gusto di intraprendere avendo come riferimento il mondo. Basta solo sapere, e non agire per paura. In tale contesto, bisogna anche tener conto che la giovane intraprendenza dei nuovi paesi entrati in scena, non si fa tanti riguardi su nulla e in ogni settore.
Oggi, copiare e migliorare, grazie alle tecnologie è un gioco da ragazzi, e non vi sono leggi protettive che tengano. Difendere il know how si rivela grande fattore strategico. Per cui, anche chi si illude di avere un lustro passato e non ha innovato o innova, meglio vendere tutto, o concentrarsi solo a proteggere il proprio patrimonio personale prima di chiudere.
Noi rispetto al mondo, in più, il problema che abbiamo da superare in Europa, è che siamo in una Nazione non ancora Stato, che può contare di sicuro su un mercato fatto di una trentina di dialetti (lingue nazionali), dove ognuno difende ancora il suo piccolo orticello.
Siamo vecchi in Europa, siamo vecchi e invece c'è tanto da correre. La delocalizzazione è il risultato di una aumentata competizione a livello internazionale seguita alla liberalizzazione dei flussi commerciali della UE con i paesi dell’Europa Orientale, ma partendo da qui, si è poi aperto il mondo dopo la caduta del muro e in tanti si son persi per strada.

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